ALLE ORIGINI DELLE NOSTRE RISPOSTE EMOTIVE

Bimbo che piange

COME NASCONO LE NOSTRE RISPOSTE EMOTIVE

Partiamo con un esempio, figlio dell’era della tecnologia: immaginiamo di aver appena inviato un messaggio su WhatsApp ad un’amica e lei visualizza senza rispondere. La doppia spunta blu lo conferma. Come reagireste?

Una banalità come questa può aprire una moltitudine di scenari:

  • “Oddio, è arrabbiata con me!”
  • “Ecco, quando ho bisogno di lei non c’è mai”
  • “Ma adesso cos’ho fatto di male?!”
  • “Ci sono sempre cose più importanti di me”
  • “Ah, ma la prossima volta mi sente..”
  • “Vabbè, avrà da fare..”
  • eccetera…

La risposta emotiva istintiva che abbiamo in reazione ad un fatto tanto banale non è mai casuale, ma dipende in gran parte dalle percezioni che abbiamo avuto e inconsciamente memorizzato quando eravamo molto molto piccoli. Un neonato che piange non ha la possibilità di razionalizzare, giustificare o comprendere che la mamma non è immediatamente disponibile perché, per esempio, è sotto la doccia. Piange per comunicare un suo bisogno e tutto ciò che sa è che non viene accolto immediatamente. Che cosa potrebbe provare? Magari sente di essere stato abbandonato, prova rabbia, si sente in preda alla disperazione, oppure sente una profonda solitudine, è paralizzato dalla paura o in preda al terrore, o magari è solo infastidito.. Le variabili sono infinite perché infinite sono le risposte emotive soggettive ad un fatto reale. Anche se la mamma non intendesse lasciarlo solo a piangere, potremmo dire ad un neonato: “Sbagli a sentire quello che senti?”. La risposta cade nell’ovvietà.

 

EMOZIONI CHE LASCIANO IL SEGNO, EMOZIONI CHE GUARISCONO

Le esperienze che un bimbo fa nel periodo primale – ovvero tra il concepimento(!) e i primi 2-3 anni di vita – contribuiscono alla creazione di tutti i ‘filtri’ con i quali, crescendo, si relazionerà e interpreterà la realtà oggettiva dei fatti. Lo stesso evento, infatti, difficilmente produce le stesse identiche reazioni emotive nelle persone coinvolte e ognuno lo legge con sfumature emotive diverse. Il periodo primale è la finestra di tempo in cui la vulnerabilità e la ricettività umana ai fattori ambientali è massima, infatti è in questo periodo che si crea il sistema nervoso ed è fondamentale che al bambino non vengano a mancare le risposte ai suoi bisogni..

Nei primi sei mesi di vita la presenza della mamma è di vitale importanza per il neonato, poi gradualmente possono cominciare a comparire sulla scena anche altre figure di riferimento/accudimento, ma non dovrebbero mai sostituirsi alla mamma prima dei 3 anni di vita del bimbo, anni in cui il bisogno di essere portato in braccio è molto forte ed esprime la necessità di contatto con la mamma, fondamentale per garantire il senso di appartenenza, alla base di una crescita più sana possibile.

La prima relazione d’amore è quella con la mamma: se viene disturbata o interrotta nel momento immediatamente successivo alla nascita o nel periodo primale, le conseguenze possono trascinarsi anche nell’età adulta, arrivando, per esempio, a disturbi di relazione, all’adozione di comportamenti violenti, distruttivi o auto-distruttivi. Per ‘guarire’, da grandi, occorre prendere coscienza di questi vissuti e accogliere il bambino interiore ferito, dando profonda empatia a se stessi.

La via di tale ‘guarigione’ non è razionale, ma passa attraverso l’emozione, l’unico strumento in grado di riportare a coscienza il ricordo di eventi passati dimenticati o rimossi. Più si cerca di scappare dalle emozioni ‘negative’, fastidiose o dolorose, più queste prendono il sopravvento nella quotidianità, dilagando nei rapporti affettivi più importanti e/o in contesto lavorativo.

Andare alle origini del disagio personale spesso implica di transitare attraverso la rabbia nei confronti dei genitori che non sono stati in grado di rispondere alle necessità biologiche ed emotive dei figli, per poi comprendere – finalmente – che anche loro portano dentro la stessa ferita, conseguente alla mancata soddisfazione del bisogno fondamentale di appartenenza (mancanza di contatto fisico, carenza di accudimento, solitudine, dignità umana ferita).

Comprendere non significa giustificare, ma permette di dare una spiegazione a tanti ‘perché?’ infantili rimasti senza risposta e a ‘guarire’ le ferite che ancora ci fanno ‘zoppicare’ da grandi.

 

PER APPROFONDIRE: W. MAURER, La prima ferita, Terra Nuova Ed.

 

Dott.ssa Sabrina CASSOTTANA
PSICOLOGA