“Ribaltiamoci!” – Diario di bordo #03

diario di bordo

Sabato 17 dicembre 2016

Era l’ultimo sabato prima delle vacanze di Natale, per molti poteva rappresentare l’ultima chance di fare il classico giro dei regali con calma, eppure questo non vi ha fermate e anche stavolta eravate un bel gruppo nutrito e affiatato.

Anche se questa “puntata” è stata più tecnica delle altre, non sono mancate le risate. La difficoltà era sensibilmente più marcata rispetto agli incontri precedenti: vi ho sfidate a puntare tutto sulla vostra voce, a tirarla fuori, a farvi sentire, a colorarla di emozioni diverse lasciando sullo sfondo le parole, a renderla un elemento di caratterizzazione dei vostri personaggi e a portarla sul palcoscenico rendendola protagonista. Avete reso la vostra voce l’abito di scena del quale vestirvi e vi siete lanciate riempiendo lo spazio scenico meglio di qualsiasi scenografia.

Non era semplice, soprattutto considerando che non stiamo facendo un corso di teatro e che nessuna di voi è un’attrice, ma la bellezza di questo tipo di attività, secondo me, sta proprio nel portare in scena le persone, non i personaggi, non gli attori.  

Mi piace vedere come si sta creando il senso di gruppo, come cresce rapidamente la confidenza, l'(auto)ironia e la fiducia tra voi, nonostante questo fosse soltanto il terzo incontro e ci si veda solo una volta al mese. Dopo il pomeriggio con voi torno a casa stanca, ma con una soddisfazione immensa e un altrettanto immenso amore per il mio lavoro. Sono grata a ciascuna di voi per la fiducia che mi accordate ogni volta!

Ribaltiamoci - Dicembre

Le buste-ricordo attendono…

 

Sabrina Cassottana – PSICOLOGA
 

“Ribaltiamoci!” – Diario di bordo #01

diario di bordo

Sabato 29 ottobre 2016

 

È andata. La prima giornata di laboratorio si è conclusa lasciando dietro di sé la sorpresa, il divertimento, la giusta dose di imbarazzo e un pizzico di commozione.

Stiamo prendendo ‘le misure’ con un nuovo spazio che nei prossimi mesi diventerà il nostro rifugio, un palcoscenico che spaventerà, emozionerà, accoglierà e rivelerà quelle parti di noi che sono pronte ad uscire allo scoperto o che magari sono semplicemente stufe di rimanere segregate dietro le quinte e non vedono l’ora di affrontare le luci della ribalta sentendo le ginocchia tremare per l’emozione.

Il palcoscenico spaventa: salire là sopra è un po’ come mettersi a nudo, per cui ci vestiremo di maschere, ruoli e personaggi che ci facciano sentire più protetti, almeno fino a che non prenderemo confidenza con quella prospettiva del tutto nuova. Il nostro palcoscenico, quello della sala che ci ospita, non è altissimo, eppure quando si sale lassù sembra di essere in cima ad un piedistallo e, di solito, il primo impatto è piuttosto destabilizzante perché difficilmente siamo abituati a sentirci in quel modo.. Ma poi, che cosa vuol dire stare su un piedistallo? Per alcuni significa essere al centro dell’attenzione, sentirsi considerati più degli altri, oppure essere un punto di riferimento o un modello da seguire, per altri è sinonimo di sentirsi gli occhi puntati addosso, di vivere con il timore di fare una mossa falsa che farà crollare tutto… Ognuno ha una percezione tutta sua e, ugualmente, ognuno vive in modo diverso il palcoscenico, chi come una benedizione, chi come un disagio.

Il palcoscenico, però, può rappresentare uno ‘strumento terapeutico’ per tutti. Là sopra possiamo rappresentare – in modo letterale o metaforico – ciò che anima il nostro mondo interiore, siano esse dinamiche consce o inconsce. Possiamo esplorare le diverse parti che compongono la nostra plurisfaccettata personalità, sia che ci piacciano, sia che non ci piacciano. Possiamo giocare ad interpretarle in uno spazio che ci protegge dal giudizio altrui, in cui siamo liberi di sperimentare secondo ciò che sentiamo possibile. Possiamo confrontarci con altri che condividono il nostro stesso desiderio di auto-esplorazione e che possono aiutarci ad uscire dai vecchi schemi che ci imprigionano da tutta la vita. Possiamo scoprirci nuovi, ‘colorati’, più vitali e sicuri di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare.

Abbiamo giocato tanto oggi. È stato bello vedere come, anche con spunti molto leggeri e semplici, sia stato automatico parlare di sé affidando la narrazione ad una metafora: è bastato, per esempio, ‘trasformarsi’ in un oggetto, descriversi, raccontarsi… In quell’istante era l’oggetto che parlava e noi gli abbiamo soltanto dato voce, lasciando semplicemente uscire quello che ci veniva in mente, anche se il nostro giudice interiore scuoteva la testa e ci guardava con sufficienza o disapprovazione. Un attimo dopo abbiamo capito di avere espresso in modo figurato alcune nostre caratteristiche, più o meno evidenti. Infatti, quando diciamo “sono una forchetta, sono brillante e pungente, servo a nutrire le persone” ci sembra di dire una bambinata, mentre la frase “sono Giuliana, sono brillante e pungente e amo nutrire le persone” appare immediatamente sotto un’altra luce. La bellezza della metafora è che può essere ampliata, esplorata e presentata in molti modi diversi e a diversi livelli, svelando, di volta in volta, ulteriori significati.

Giocare con la metafora equivale a giocare a scoprire se stessi, scoprendo con meraviglia di essere molto di più rispetto a quanto si pensava di essere.

È questo che ci attende nei prossimi mesi. Abbiamo appena cominciato un viaggio che ci vedrà cambiare ed evolvere grazie al gioco, alle emozioni e alla condivisione. E il nostro palcoscenico ci aiuterà a diventare protagonisti della nostra vita al di fuori da quella sala.

 

Sabrina Cassottana – PSICOLOGA
 
ribaltiamoci psico teatro

Le coraggiose che si sono lanciate al primo incontro! 🙂 

 

ALLE ORIGINI DELLE NOSTRE RISPOSTE EMOTIVE

Bimbo che piange

COME NASCONO LE NOSTRE RISPOSTE EMOTIVE

Partiamo con un esempio, figlio dell’era della tecnologia: immaginiamo di aver appena inviato un messaggio su WhatsApp ad un’amica e lei visualizza senza rispondere. La doppia spunta blu lo conferma. Come reagireste?

Una banalità come questa può aprire una moltitudine di scenari:

  • “Oddio, è arrabbiata con me!”
  • “Ecco, quando ho bisogno di lei non c’è mai”
  • “Ma adesso cos’ho fatto di male?!”
  • “Ci sono sempre cose più importanti di me”
  • “Ah, ma la prossima volta mi sente..”
  • “Vabbè, avrà da fare..”
  • eccetera…

La risposta emotiva istintiva che abbiamo in reazione ad un fatto tanto banale non è mai casuale, ma dipende in gran parte dalle percezioni che abbiamo avuto e inconsciamente memorizzato quando eravamo molto molto piccoli. Un neonato che piange non ha la possibilità di razionalizzare, giustificare o comprendere che la mamma non è immediatamente disponibile perché, per esempio, è sotto la doccia. Piange per comunicare un suo bisogno e tutto ciò che sa è che non viene accolto immediatamente. Che cosa potrebbe provare? Magari sente di essere stato abbandonato, prova rabbia, si sente in preda alla disperazione, oppure sente una profonda solitudine, è paralizzato dalla paura o in preda al terrore, o magari è solo infastidito.. Le variabili sono infinite perché infinite sono le risposte emotive soggettive ad un fatto reale. Anche se la mamma non intendesse lasciarlo solo a piangere, potremmo dire ad un neonato: “Sbagli a sentire quello che senti?”. La risposta cade nell’ovvietà.

 

EMOZIONI CHE LASCIANO IL SEGNO, EMOZIONI CHE GUARISCONO

Le esperienze che un bimbo fa nel periodo primale – ovvero tra il concepimento(!) e i primi 2-3 anni di vita – contribuiscono alla creazione di tutti i ‘filtri’ con i quali, crescendo, si relazionerà e interpreterà la realtà oggettiva dei fatti. Lo stesso evento, infatti, difficilmente produce le stesse identiche reazioni emotive nelle persone coinvolte e ognuno lo legge con sfumature emotive diverse. Il periodo primale è la finestra di tempo in cui la vulnerabilità e la ricettività umana ai fattori ambientali è massima, infatti è in questo periodo che si crea il sistema nervoso ed è fondamentale che al bambino non vengano a mancare le risposte ai suoi bisogni..

Nei primi sei mesi di vita la presenza della mamma è di vitale importanza per il neonato, poi gradualmente possono cominciare a comparire sulla scena anche altre figure di riferimento/accudimento, ma non dovrebbero mai sostituirsi alla mamma prima dei 3 anni di vita del bimbo, anni in cui il bisogno di essere portato in braccio è molto forte ed esprime la necessità di contatto con la mamma, fondamentale per garantire il senso di appartenenza, alla base di una crescita più sana possibile.

La prima relazione d’amore è quella con la mamma: se viene disturbata o interrotta nel momento immediatamente successivo alla nascita o nel periodo primale, le conseguenze possono trascinarsi anche nell’età adulta, arrivando, per esempio, a disturbi di relazione, all’adozione di comportamenti violenti, distruttivi o auto-distruttivi. Per ‘guarire’, da grandi, occorre prendere coscienza di questi vissuti e accogliere il bambino interiore ferito, dando profonda empatia a se stessi.

La via di tale ‘guarigione’ non è razionale, ma passa attraverso l’emozione, l’unico strumento in grado di riportare a coscienza il ricordo di eventi passati dimenticati o rimossi. Più si cerca di scappare dalle emozioni ‘negative’, fastidiose o dolorose, più queste prendono il sopravvento nella quotidianità, dilagando nei rapporti affettivi più importanti e/o in contesto lavorativo.

Andare alle origini del disagio personale spesso implica di transitare attraverso la rabbia nei confronti dei genitori che non sono stati in grado di rispondere alle necessità biologiche ed emotive dei figli, per poi comprendere – finalmente – che anche loro portano dentro la stessa ferita, conseguente alla mancata soddisfazione del bisogno fondamentale di appartenenza (mancanza di contatto fisico, carenza di accudimento, solitudine, dignità umana ferita).

Comprendere non significa giustificare, ma permette di dare una spiegazione a tanti ‘perché?’ infantili rimasti senza risposta e a ‘guarire’ le ferite che ancora ci fanno ‘zoppicare’ da grandi.

 

PER APPROFONDIRE: W. MAURER, La prima ferita, Terra Nuova Ed.

 

Dott.ssa Sabrina CASSOTTANA
PSICOLOGA