“Ribaltiamoci!” – Diario di bordo #01

diario di bordo

Sabato 29 ottobre 2016

 

È andata. La prima giornata di laboratorio si è conclusa lasciando dietro di sé la sorpresa, il divertimento, la giusta dose di imbarazzo e un pizzico di commozione.

Stiamo prendendo ‘le misure’ con un nuovo spazio che nei prossimi mesi diventerà il nostro rifugio, un palcoscenico che spaventerà, emozionerà, accoglierà e rivelerà quelle parti di noi che sono pronte ad uscire allo scoperto o che magari sono semplicemente stufe di rimanere segregate dietro le quinte e non vedono l’ora di affrontare le luci della ribalta sentendo le ginocchia tremare per l’emozione.

Il palcoscenico spaventa: salire là sopra è un po’ come mettersi a nudo, per cui ci vestiremo di maschere, ruoli e personaggi che ci facciano sentire più protetti, almeno fino a che non prenderemo confidenza con quella prospettiva del tutto nuova. Il nostro palcoscenico, quello della sala che ci ospita, non è altissimo, eppure quando si sale lassù sembra di essere in cima ad un piedistallo e, di solito, il primo impatto è piuttosto destabilizzante perché difficilmente siamo abituati a sentirci in quel modo.. Ma poi, che cosa vuol dire stare su un piedistallo? Per alcuni significa essere al centro dell’attenzione, sentirsi considerati più degli altri, oppure essere un punto di riferimento o un modello da seguire, per altri è sinonimo di sentirsi gli occhi puntati addosso, di vivere con il timore di fare una mossa falsa che farà crollare tutto… Ognuno ha una percezione tutta sua e, ugualmente, ognuno vive in modo diverso il palcoscenico, chi come una benedizione, chi come un disagio.

Il palcoscenico, però, può rappresentare uno ‘strumento terapeutico’ per tutti. Là sopra possiamo rappresentare – in modo letterale o metaforico – ciò che anima il nostro mondo interiore, siano esse dinamiche consce o inconsce. Possiamo esplorare le diverse parti che compongono la nostra plurisfaccettata personalità, sia che ci piacciano, sia che non ci piacciano. Possiamo giocare ad interpretarle in uno spazio che ci protegge dal giudizio altrui, in cui siamo liberi di sperimentare secondo ciò che sentiamo possibile. Possiamo confrontarci con altri che condividono il nostro stesso desiderio di auto-esplorazione e che possono aiutarci ad uscire dai vecchi schemi che ci imprigionano da tutta la vita. Possiamo scoprirci nuovi, ‘colorati’, più vitali e sicuri di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare.

Abbiamo giocato tanto oggi. È stato bello vedere come, anche con spunti molto leggeri e semplici, sia stato automatico parlare di sé affidando la narrazione ad una metafora: è bastato, per esempio, ‘trasformarsi’ in un oggetto, descriversi, raccontarsi… In quell’istante era l’oggetto che parlava e noi gli abbiamo soltanto dato voce, lasciando semplicemente uscire quello che ci veniva in mente, anche se il nostro giudice interiore scuoteva la testa e ci guardava con sufficienza o disapprovazione. Un attimo dopo abbiamo capito di avere espresso in modo figurato alcune nostre caratteristiche, più o meno evidenti. Infatti, quando diciamo “sono una forchetta, sono brillante e pungente, servo a nutrire le persone” ci sembra di dire una bambinata, mentre la frase “sono Giuliana, sono brillante e pungente e amo nutrire le persone” appare immediatamente sotto un’altra luce. La bellezza della metafora è che può essere ampliata, esplorata e presentata in molti modi diversi e a diversi livelli, svelando, di volta in volta, ulteriori significati.

Giocare con la metafora equivale a giocare a scoprire se stessi, scoprendo con meraviglia di essere molto di più rispetto a quanto si pensava di essere.

È questo che ci attende nei prossimi mesi. Abbiamo appena cominciato un viaggio che ci vedrà cambiare ed evolvere grazie al gioco, alle emozioni e alla condivisione. E il nostro palcoscenico ci aiuterà a diventare protagonisti della nostra vita al di fuori da quella sala.

 

Sabrina Cassottana – PSICOLOGA
 
ribaltiamoci psico teatro

Le coraggiose che si sono lanciate al primo incontro! 🙂