Il lutto perinatale

lutto perinatale

IL LUTTO PERINATALE

Definizione e classificazioni

Lutto perinatale. Un dolore atroce celato dietro due parole un po’ tecniche che meritano di essere chiarite. Con il termine lutto, in psicologia, si fa riferimento ad un processo accompagnato da reazioni psicologiche e comportamentali conseguenti ad una perdita, reale o percepita.

La parola perinatale significa letteralmente “intorno alla nascita”.  Pertanto l’espressione indica la morte di un figlio che convenzionalmente si verifica tra la ventottesima settimana di gestazione e il mese di vita del bambino. Quando la perdita avviene nel periodo antecedente la nascita si parla invece di lutto prenatale. Nelle due categorie ricadono pertanto diverse tipologie di eventi drammatici in gravidanza e dopo il parto:

  • Aborti spontanei
  • Interruzioni volontarie di gravidanza
  • Interruzioni terapeutiche di gravidanza
  • Morte in utero
  • Morte subito dopo la nascita

Le caratteristiche del lutto

La parola lutto evoca di per sé sofferenza, una sofferenza attraverso cui prima o poi ognuno di noi deve passare e che quindi un po’ tutti conosciamo bene.  Questo processo coinvolge la dimensione fisica, quella emotiva, quella cognitiva, quella spirituale e sociale:

  • a livello fisico possono manifestarsi disturbi del sonno come insonnia, risvegli notturni, incubi ricorrenti; disturbi dell’alimentazione come inappetenza o abbuffate; problemi all’apparato gastro-intestinale come nausea, vomito, diarrea; in alcuni casi si può sperimentare persino una modificazione delle percezioni corporee.
  • a livello emotivo una persona può sperimentare incredulità, senso di irrealtà, tristezza o vera e propria depressione, rabbia, solitudine, senso di vuoto, impotenza, paura, colpa ma anche gioia o senso di liberazione.
  • a livello mentale i pensieri possono rallentare o accelerare, diventare intrusive e disturbanti ossessioni, sino a portare ad una perdita di lucidità, parziale o totale, con conseguente confusione e disorientamento. In alcuni soggetti predisposti si osservano anche senso di alienazione e di irrealtà, come se stessero osservando se stessi e il mondo circostante attraverso un filtro o come se ciò che sta accadendo loro non li riguardasse in prima persona.
  • le credenze spirituali subiscono una forte scossa che conduce ad un loro radicamento, ad una loro perdita o ad una loro riformulazione, modificazione o riorganizzazione.
  • la sfera socio-relazionale subisce dei contraccolpi che possono configurarsi come distanza dagli altri, senso di estraneità, difficoltà di comunicazione, tendenza all’isolamento o alla ricerca di persone che hanno vissuto esperienze simili con le quali condividere il proprio dolore.

Normalmente il lutto richiede del tempo per essere elaborato, necessita di ascolto e contenimento e il suo superamento passa attraverso l’espressione e la condivisione del dolore fisico ed emotivo nonché dei pensieri angoscianti e disturbanti. La presenza di altri significativi che ci affianchino e ci sostengano in questo percorso permette la ricerca e l’attribuzione di un senso condiviso a ciò che è accaduto e il conseguente superamento delle esperienze di perdita, anche delle più drammatiche. La mente possiede delle risorse protettive straordinarie, capacità innate di autoguarigione e sono proprie queste capacità di elaborazione del  dolore che hanno permesso all’essere umano di superare i grandi traumi della storia, sia a livello individuale che collettivo.

Le caratteristiche specifiche del lutto perinatale e prenatale

La perdita di un figlio può essere annoverata tra le esperienze più traumatiche nella vita di un uomo, un’esperienza mentalmente e fisicamente devastante, capace di mettere in crisi le convinzioni più profonde, la visione della vita, le relazioni affettive e il senso e l’immagine di sé. Non si tratta di un lutto qualsiasi, ma di un lutto particolarmente pesante e di più difficile elaborazione in quanto possiede caratteristiche del tutto particolari.

Innanzitutto è una morte che coincide con l’atto di donare la vita, il che la rende del tutto innaturale e quindi incomprensibile. Inoltre si pone in contrasto con il corso regolare dell’esistenza che prevede che i genitori muoiano prima dei figli e si verifica in un momento, la gravidanza, in cui la donna è particolarmente fragile e vulnerabile per via dei profondi cambiamenti fisici e psichici a cui è soggetta. Infine il feto/bambino deceduto è un individuo che gli altri non hanno potuto conoscere, è vissuto solo nella sfera intima della mamma e questo fa si che spesso l’equipe medica e in generale la società, neghino l’esistenza di questo figlio.

Il mancato riconoscimento del dolore da parte delle persone circostanti rafforza generalmente il senso di solitudine del genitore o dei genitori, rendendo ancora più difficile e dolorosa l’elaborazione del lutto. Per il padre e la madre la perdita è reale. Il rapporto con il figlio non si instaura al momento della nascita ma ha inizio molto prima, secondo alcuni già con il desiderio della sua generazione. Un legame inizialmente solo pensato e desiderato e in qualche modo già nascente, si consolida e struttura con i cambiamenti fisiologici del corpo della madre, la percezione dei movimenti del feto, le prime ecografie, il suono del battito cardiaco. Pian piano i genitori fanno spazio, fisico e mentale, al nascituro, lo immaginano, fantasticano sulla sua presenza, ne preparano la venuta, elaborano progetti futuri. Tutto questo che fa si che si strutturi molto prima della nascita un legame di attaccamento con lui. La morte spezza drammaticamente questo rapporto e i sogni si infrangono su di essa.

È un evento lacerante, straziante, contrario alla logica naturale degli eventi e pertanto molto difficile da comprendere e da accettare. Il paradosso di una morte che va a identificarsi con l’atto di donare la vita sfugge a qualsiasi tentativo iniziale di darvi un significato. La mente non è preparata e mai potrebbe esserlo. Ne consegue un inferno emotivo che può oscillare rapidamente tra incredulità, negazione, rabbia, impotenza, angoscia, tristezza, senso di inadeguatezza e vergogna, colpa e invidia-ostilità verso altre donne gravide o altri genitori.

In alcuni casi il corpo delle madri conserva memoria della gravidanza e alcune di loro continuano ad avvertire i movimenti nella pancia o il pianto del loro bimbo. Può accadere che il corpo si prepari all’allattamento senza che però via sia il suo naturale destinatario. Altre volte ancora può verificarsi quella che viene chiamata sindrome delle braccia vuote, ossia un senso di dolore o peso alla braccia che simbolicamente si caricano di un amore privato del suo oggetto di accudimento. Tutti questi fenomeni ricordano ciò che avrebbe potuto essere e non sarà. Lo strazio di un dolore senza volto e senza nome. Un dolore che ha bisogno di essere riconosciuto e accolto per essere lenito.

La drammaticità del lutto pre e perinatale può essere parzialmente alleviata se le figure coinvolte nella perdita possono affidarsi a persone competenti, sensibili ed empatiche, capaci di fornire loro uno spazio di ascolto, comprensione umana, sostegno emotivo, comunicazioni chiare e complete, tempi e spazi adeguati. Per questo è bene che coloro che sono state vittime di un evento così drammatico si rivolgano ad associazioni e figure professionali competenti che li affianchino nel percorso lento e graduale di elaborazione di una sofferenza, un cammino che trasformi un dramma senza sbocco in una possibilità di futuro aperta alla speranza.

Dott. Davide DEFILLA

ALLE ORIGINI DELLE NOSTRE RISPOSTE EMOTIVE

Bimbo che piange

COME NASCONO LE NOSTRE RISPOSTE EMOTIVE

Partiamo con un esempio, figlio dell’era della tecnologia: immaginiamo di aver appena inviato un messaggio su WhatsApp ad un’amica e lei visualizza senza rispondere. La doppia spunta blu lo conferma. Come reagireste?

Una banalità come questa può aprire una moltitudine di scenari:

  • “Oddio, è arrabbiata con me!”
  • “Ecco, quando ho bisogno di lei non c’è mai”
  • “Ma adesso cos’ho fatto di male?!”
  • “Ci sono sempre cose più importanti di me”
  • “Ah, ma la prossima volta mi sente..”
  • “Vabbè, avrà da fare..”
  • eccetera…

La risposta emotiva istintiva che abbiamo in reazione ad un fatto tanto banale non è mai casuale, ma dipende in gran parte dalle percezioni che abbiamo avuto e inconsciamente memorizzato quando eravamo molto molto piccoli. Un neonato che piange non ha la possibilità di razionalizzare, giustificare o comprendere che la mamma non è immediatamente disponibile perché, per esempio, è sotto la doccia. Piange per comunicare un suo bisogno e tutto ciò che sa è che non viene accolto immediatamente. Che cosa potrebbe provare? Magari sente di essere stato abbandonato, prova rabbia, si sente in preda alla disperazione, oppure sente una profonda solitudine, è paralizzato dalla paura o in preda al terrore, o magari è solo infastidito.. Le variabili sono infinite perché infinite sono le risposte emotive soggettive ad un fatto reale. Anche se la mamma non intendesse lasciarlo solo a piangere, potremmo dire ad un neonato: “Sbagli a sentire quello che senti?”. La risposta cade nell’ovvietà.

 

EMOZIONI CHE LASCIANO IL SEGNO, EMOZIONI CHE GUARISCONO

Le esperienze che un bimbo fa nel periodo primale – ovvero tra il concepimento(!) e i primi 2-3 anni di vita – contribuiscono alla creazione di tutti i ‘filtri’ con i quali, crescendo, si relazionerà e interpreterà la realtà oggettiva dei fatti. Lo stesso evento, infatti, difficilmente produce le stesse identiche reazioni emotive nelle persone coinvolte e ognuno lo legge con sfumature emotive diverse. Il periodo primale è la finestra di tempo in cui la vulnerabilità e la ricettività umana ai fattori ambientali è massima, infatti è in questo periodo che si crea il sistema nervoso ed è fondamentale che al bambino non vengano a mancare le risposte ai suoi bisogni..

Nei primi sei mesi di vita la presenza della mamma è di vitale importanza per il neonato, poi gradualmente possono cominciare a comparire sulla scena anche altre figure di riferimento/accudimento, ma non dovrebbero mai sostituirsi alla mamma prima dei 3 anni di vita del bimbo, anni in cui il bisogno di essere portato in braccio è molto forte ed esprime la necessità di contatto con la mamma, fondamentale per garantire il senso di appartenenza, alla base di una crescita più sana possibile.

La prima relazione d’amore è quella con la mamma: se viene disturbata o interrotta nel momento immediatamente successivo alla nascita o nel periodo primale, le conseguenze possono trascinarsi anche nell’età adulta, arrivando, per esempio, a disturbi di relazione, all’adozione di comportamenti violenti, distruttivi o auto-distruttivi. Per ‘guarire’, da grandi, occorre prendere coscienza di questi vissuti e accogliere il bambino interiore ferito, dando profonda empatia a se stessi.

La via di tale ‘guarigione’ non è razionale, ma passa attraverso l’emozione, l’unico strumento in grado di riportare a coscienza il ricordo di eventi passati dimenticati o rimossi. Più si cerca di scappare dalle emozioni ‘negative’, fastidiose o dolorose, più queste prendono il sopravvento nella quotidianità, dilagando nei rapporti affettivi più importanti e/o in contesto lavorativo.

Andare alle origini del disagio personale spesso implica di transitare attraverso la rabbia nei confronti dei genitori che non sono stati in grado di rispondere alle necessità biologiche ed emotive dei figli, per poi comprendere – finalmente – che anche loro portano dentro la stessa ferita, conseguente alla mancata soddisfazione del bisogno fondamentale di appartenenza (mancanza di contatto fisico, carenza di accudimento, solitudine, dignità umana ferita).

Comprendere non significa giustificare, ma permette di dare una spiegazione a tanti ‘perché?’ infantili rimasti senza risposta e a ‘guarire’ le ferite che ancora ci fanno ‘zoppicare’ da grandi.

 

PER APPROFONDIRE: W. MAURER, La prima ferita, Terra Nuova Ed.

 

Dott.ssa Sabrina CASSOTTANA
PSICOLOGA

Diario di una Maestra – “Ricominciare”

ritorno a scuola

PRONTI, PARTENZA, VIA!

Tra poco ricomincerà la scuola.

A me piace molto il verbo ricominciare, mi trasmette carica e stimoli.

Sento già odore di scuola nell’aria, mi succede da quando vi entravo da alunna. Odore di pastelli a cera, di libri nuovi, di matite colorate..

Rientrare il 1° settembre è sempre emozionante: è come tornare a casa dopo un lungo viaggio. A poco a poco echeggiano voci, saluti, passi sul pavimento.. Insomma, si ricomincia! E non è mai come l’anno precedente: si ritrovano colleghe/i, ne arrivano di nuove/i, cambi classe, cambi plesso. Tutto nuovo e stimolante.

Nel mio caso poi lo è ancora di più in quanto ho la fortuna di lavorare con bambini speciali. Non vedi l’ora di rivederli, di trovarli cresciuti, rilassati, ancora profumati d’estate, con il loro zaino nuovo sulle spalle. Quando hanno spiccato il grande volo verso la scuola secondaria di primo grado, pensi subito a loro, entri in classe, li “cerchi” nel loro banco e subito avverti un vuoto.. Ma poi sorridi, chiudi gli occhi e li senti nel cuore, dentro di te.

Sei un po’ tesa ed emozionata di conoscere i tuoi nuovi alunni. Come loro, anche tu ti prepari a ricominciare: riordini i libri, un’agenda nuova, riempi l’astuccio, rinnovi i tuoi spazi, sposti mobili, cambi le decorazioni, fai spazio alle novità. Ogni anno è diverso, ogni classe è diversa, ogni bimbo è diverso, ogni anno che passa anche tu sei diversa: hai imparato tante cose. L’insegnamento è uno scambio reciproco, sempre.

 

5 trucchi di una maestra per ripartire alla grande

Colleghe/i, siete pronti a ricominciare? Io sì e voglio farlo con un piccolo conto alla rovescia, associando ad ogni cifra un piccolo consiglio.

  1. Dedica del tempo al nuovo: scegli un’agenda, compra nuove penne (colorate possibilmente), tira fuori la tua borsa di scuola, fai scorta di adesivi simpatici (io utilizzo gli smiles)
  2. Chiedi ai tuoi bambini come stanno e come hanno trascorso le vacanze (non se hanno finito i compiti!)
  3. Ricordati sempre di essere grata/o per la fortuna che hai a fare questo lavoro
  4. Emozionati sempre
  5. Indossa ogni giorno il più bel sorriso che hai

 

Pensando ai bimbi e ai genitori…

Non mi sono dimenticata dei protagonisti principali, i bambini. Sicuramente riprendere i ritmi, alzarsi presto, ascoltare le lezioni, fare i compiti, non sarà semplice ed automatico. Ma sappiate che le maestre vi aspettano a braccia aperte, che ogni anno che passa siete un po’ più grandi, le vostre conoscenze e le vostre curiosità aumentano, insieme a noi. La scuola è un po’ come una seconda casa, dove non solo si impara, ma si condividono momenti, esperienze, emozioni.

E a voi genitori mi sento di dare un unico, ma a mio avviso fondamentale consiglio: ogni giorno chiedete ai vostri figli come stanno, com’è andata la giornata e magari, perché no, di che colore si sentono!

BUON ANNO SCOLASTICO A TUTTI!!!

Maestra Chiara – Scuola Primaria

5 step contro gli incubi e le paure dei bimbi

incubi paura

“Mamma, mamma, ho fatto un brutto sogno!”.

Quante notti di sonno tranquillo vengono interrotte in questo modo?

Ecco un metodo semplice ed efficace per accogliere e gestire gli incubi e le paure dei bambini e farli sentire coccolati e protetti.

 

Il pensiero magico

Durante i primi 7 anni di vita i ragionamenti infantili procedono sulla base del cosiddetto ‘pensiero magico’, cioè quella modalità di pensiero, tipica dei bambini, che si contrappone al pensiero logico degli adulti e che è caratterizzata, in primis, dall’attribuire volontà e sentimenti anche a cose inanimate e animali (es.: “il sole è andato via perché l’hai fatto arrabbiare, ma se gli chiedi scusa vedrai che torna”) e dall’incapacità di distinguere appieno i propri pensieri e sentimenti da quelli altrui.

Queste particolarità permettono ai bimbi di difendersi dalla paura dell’ignoto anche compiendo azioni mentali, ripetendo frasi che per loro diventano vere e proprie formule magiche e costruendo dei rituali che apparirebbero totalmente sconclusionati e senza senso se analizzati con il pensiero logico dell’adulto. Le fiabe sono, difatti, permeate di incantesimi e magie che hanno proprio la funzione di veicolare informazioni metaforiche su come affrontare il mondo, le sue difficoltà e le paure che esse comportano. Ecco perché sono tanto importanti per i bambini.

 

Rituale anti-paura in 5 step

Cosa fare, però, quando i bimbi si svegliano in preda agli incubi o ci rivelano una loro paura? Non tutti nasciamo fantasiosi ideatori di fiabe popolate da draghi, principesse e valorosi guerrieri, ma, per fortuna, possiamo sfruttare il caratteristico pensiero dei bambini per acquisire una simbolica bacchetta magica che ci permetta di risolvere il problema.

1. Preparare alla magia: prima di tutto, il bambino deve capire che sta per succedere qualcosa di straordinario, che esula dal solito tran tran quotidiano pieno di fantasmi e paure. Potete, per esempio, ricorrere ad un tono molto serio e solenne, tirare un sospiro teatrale ed ammettere: «È giunto il momento.. è ora che tu conosca la magia anti-paura che mi ha insegnato la mia mamma/il mio papà quando avevo la tua età..». Non fatevi scoraggiare da eventuali sguardi che sembrano significare «Ecco, la mamma/papà è fuori di testa» e cercate di divertirvi con il vostro piccolo pubblico.

2. Definire il ‘setting’: per far comprendere al bambino l’ingresso metaforico nel mondo magico, scegliete un oggetto simbolico che possa essere facilmente associato al momento della magia. Le possibilità si sprecano e l’unico limite è la fantasia: indossare un ciondolo speciale spiegando che viene trasmesso in segreto di generazione in generazione; creare un antro magico con un telo colorato; accendere una candela recitando una formula o una preghiera sottovoce; tracciare solennemente con la mano un cerchio per terra ed invitare il bimbo ad entrare.. A questo punto, chiedete di raccontarvi il brutto sogno o la paura ed ascoltate in silenzio e con rispetto.

3. Dare forma a ciò che spaventa: fate disegnare su un foglio la scena, aiutando solo in caso di necessità, spiegando al bambino che in questo modo potrà intrappolare sulla carta il mostro o la minaccia che rappresenta (il potere di far male, divorare, spaventare, ecc.).

4. Distruggere e vincere la paura: una volta completato il disegno, incoraggiate il bimbo a ridurre il foglio in tanti piccoli pezzettini, per scaricare la rabbia e la frustrazione e sentirsi più forte di ciò che lo spaventa. Volendo, potete poi bruciare solennemente il tutto e disperdere la cenere per rafforzare l’immagine mentale: il ‘mostro’ non esiste più, nemmeno un pezzo!

5. Chiudere il rituale: ultima fase da non tralasciare, perché trasmette la sensazione di aver chiuso definitivamente la ‘questione-mostro’. Anche in questo caso, le possibilità sono infinite: una breve frase in rima da recitare insieme ad occhi chiusi; prendersi per mano e compiere tre giri su se stessi; recitare una preghiera oppure una formula di ringraziamento per la magia di protezione appena fatta.. Non dimenticate di rassicurare il bambino dicendo che, se anche la paura o l’incubo dovessero ripresentarsi, sarebbero lì a ricordargli che li ha già affrontati e battuti, ad onorare la sua forza e il suo coraggio.

 

Se avete altre “ricette” anti-paura sperimentate sul campo, condividetele con un commento!

 

Dott.ssa Sabrina Cassottana – PSICOLOGA